Ho convinto mia figlia a non andare a Berlino nel 2019 e lei è rimasta, e adesso ha trentun anni e io la guardo ogni domenica.
Aveva venticinque anni. Un'offerta vera, con un contratto, in una società di quel settore, duemilanovecento euro al mese. Era arrivata a casa con il foglio stampato.
E io ho detto tutte le cose giuste. Che era lontano. Che qui si stava riprendendo tutto. Che sua madre era appena stata operata — e sua madre era appena stata operata, questo è vero, ma sua madre è guarita in quattro mesi e io ho usato quei quattro mesi per sei settimane di discorsi.
Non ho mai alzato la voce. Non le ho mai detto di non andare. Ho fatto la cosa che fanno i padri come me: ho fatto in modo che andare costasse più che restare.
L'ho detto una volta a tavola, e questa è la frase che mi porto: "Fai come vuoi, tanto noi qui ci arrangiamo."
È rimasta. Ha preso un lavoro a Bologna, poi è tornata, e da tre anni fa l'impiegata in uno studio a dodici chilometri da qui per milletrecento euro.
Non è infelice. Devo essere onesto: non è una tragedia, ha degli amici, ha un compagno da due anni.
Ma è spenta in un modo che io conosco perché l'ho visto in mio padre. E tre settimane fa, a cena, ha detto una cosa ridendo. Ha detto: "Alla fine sono rimasta." E ha riso, e nessuno ha risposto, e mia moglie si è alzata a prendere l'acqua.
Io ho sessantadue anni. Nel 1986 avevo un'occasione in Germania e mio padre mi ha tenuto qui esattamente con le stesse parole, e io me ne sono lamentato con mia moglie per trent'anni.
E poi l'ho fatto a mia figlia nel 2019, nella stessa cucina, usando quasi le stesse frasi.
Si può ancora rimediare a una cosa così? Ha trentun anni. Posso dirle che avevo torto, o a questo punto è solo scaricare su di lei una decisione che è ormai sua?
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